Tuesday, January 23, 2001

ESERCIZI DAL LIBRO DI RAYMOND CARVER

Alla fine del libro “Il mestiere di scrivere” di Raymond Carver (Einaudi, tascabili Stile libero) i curatori italiani hanno indicato cinquanta possibili esercizi di scrittura. Tutti prendono le mosse da una caratteristica della scrittura di Carver. Io ne ho scelti alcuni.

Il libro, che è molto interessante, lo commenteremo nelle prossime lezioni.

Ricordatevi, dice Carver, che il successo – o anche soltanto la capacità di fare delle buone cose – richiede concentrazione, sforzo, impegno. E cita una poesia del pittore Renoir, “Quel che serve per dipingere”:
Indifferenza a tutto tranne che alla tela
Capacità di lavorare come una locomotiva
Una volontà di ferro


Cercate di averne, e buon lavoro





ESERCIZI DI SCRITTURA
Per racconti o brevi soggetti cinematografici


1. FIDUCIA
“Ma del resto tu hai cominciato presto a tradire”, dice una donna all’ex marito nel racconto di Carver “Intimità”. Scrivete una storia in cui un personaggio tradisce la fiducia di un altro. Questo tradimento può anche essere molto sottile, impercettibile, ma decisivo.

2. PROTEZIONE
Nei racconti di Carver, porte chiuse e tende alle finestre non garantiscono i personaggi dall’intrusione di qualche estraneo. Scrivete un racconto in cui la riservatezza di qualcuno viene violata.

3. UMILIAZIONE
In una sua poesia, “Il proiettile”, Carver rievoca un’esperienza formativa incentrata su “dolore e umiliazione”. Scrivete un racconto in cui qualcuno subisce un’umiliazione.

4. BUGIE
“Certa gente si diverte proprio a raccontare bugie”, dice uno dei personaggi di Carver. Scrivete un bozzetto o un racconto in cui qualcuno racconta una bugia.
Tutti nella vita mentiamo. L’atto di mentire è uno dei più frequenti, dei più automatici. Si mente persino per una specie di diverso linguaggio, diverso punto di vista che adottiamo parlando con questa o quella persona, tanto che diciamo cose opposte, senza neanche accorgercene. Scrivete un soggetto su questo tema.

5. COSE
“Ogni giorno, ogni notte della nostra vita”, ha scritto Carver, “lasciamo in giro pezzettini di noi stessi, scaglie di una cosa o dell’altra”. Scrivete un racconto in cui qualcuno, inavvertitamente o deliberatamente, si lascia dietro qualche cosa. Un oggetto, o anche una persona, un ricordo…


Continuo le note molto semplici che ho iniziato a proporvi riguardo al libro di Patricia Highsmith “Come si scrive un giallo”, sperando di trovare il tempo per parlarvene a scuola.


La Highsmith consiglia di usare i taccuini. Come forse sapete, Giuseppe Tornatore fin da quando era ragazzo si riempiva le tasche di foglietti di carta dove annotava idee per scene di film. Alcune di quelle idee sono finite, molti anni dopo, nel film che gli ha fatto vincere l’Oscar, “Nuovo cinema Paradiso”.

I taccuini servono per registrare cose che accadono nell’esperienza reale, frammenti di vita intravista, o vissuta. O idee che vengono, all’improvviso. Senza un nesso con altre idee. Le idee per i film non arrivano vestite da idee per un film. Appaiono come piccole annotazioni, cose che si vedono accadere, riflessioni minuscole. Si scrivono, anche senza avere in mente una storia, un romanzo o un film in cui inserirle.

Questa è la parte personale di scrittura. Poi si possono usare gli stratagemmi. Le “trovatine”. Che cosa sono? Sono delle soluzioni narrative insolite, che possono sorprendere lo spettatore. E dargli, dunque, il piacere dell’insolito, della sorpresa. Ma non possono, da sole, sostenere una storia. Sono come peperoncino su un piatto. Ma ci deve essere il piatto. Per esempio, dice, un finale a sorpresa. O un dettaglio di medicina o di chimica, sconosciuto all’uomo della strada, che smaschera o protegge il protagonista.

Uno di questi trucchetti, o stratagemmi, aggiungiamo, è quello escogitato da Umberto Eco nel “Nome della rosa”. Aveva bisogno di un veleno che potesse uccidere attraverso la lettura. Una cosa strana, impossibile. E lo trova. Un veleno che rimane nelle pagine dei libri, e si trasmette all’organismo umano. Così muoiono i bibliotecari, se ricordo bene, nel romanzo. La gente non sa che esiste un veleno simile, e Eco stupisce tutti, svelando come sia possibile far morire tanti pacifici monaci, e come un libro possa essere pericoloso, non solo per la mente, ma anche per la vita stessa. Però, resta sempre un trucchetto.

Poi racconta come abbia messo insieme, molto spesso, un paio di queste sue “esperienze emotive”, cose che si vivono, o che si annotano su un taccuino. E abbia cominciato a scrivere attorno ad esse una storia.

Una storia che, come ripete, nasce dallo scontro fra almeno due spunti narrativi. Come nella storia del figlio angariato dalla madre e della tartaruga.

CAPITOLO 3. Il racconto di suspense.

Uno statagemma, un trucco, può essere però lo spunto per un racconto di suspense. Può essere il punto finale, verso il quale converge la storia.

Lo stratagemma può essere una via di fuga che è difficile immaginare, un’informazione nota più che altro soltanto a medici, avvocati o astronauti, che sorprenderà e divertirà il profano. Queste informazioni, lo scrittore può trovarle sfogliando libri tecnici, e poi metterle dentro una storia assolutamente realistica, che offrirà al lettore qualche minuto di divertimento.

Per esempio, possono essere delle impronte che la pioggia lava da un bicchiere, dice la Highsmith. (ma la pioggia può lavare delle impronte, che sono fatte di grassi? Boh. Ma lo dice lei).

a) un esempio. La storia del racconto delle impronte è semplice. L’omicida è uno che ha ammazzato la sua donna. Nel terrazzo della casa della donna, mette un bicchiere con le impronte del nuovo amante della donna, e spera che la polizia lo trovi e accusi lui. Ma per giorni nessuno entra nell’appartamento e nessuno trova il cadavere. Alla fine viene un gran temporale e cancella le impronte sul bicchiere, mentre in casa trovano quelle del vero omicida. L’idea delle impronte cancellate è messa insieme all’altra idea: a New York puoi stare morto giorni e giorni senza che nessuno entri in casa tua. E così, la storia funziona.

Quando uno vuole far nascere un racconto da uno stratagemma, poi deve mettere in piedi una impalcatura elaborata di racconto. Che vuol dire, complicazioni. Una storia non può andare avanti in modo semplice dall’inizio alla fine. Altrimenti, non appassiona neanche tua nonna.

b) un altro esempio. Un assassino si nasconde in una nuova casa. E’ insospettito dal fatto che nel casamento venga ad abitare un investigatore privato. Ma è un caso. Nello stesso casamento c’è un negozio salone c’è una grande cassapanca. Lui pensa che se arriva la polizia viene, si nasconderà lì. La polizia viene davvero, ma per comprare dei biglietti di beneficenza. Lui si nasconde lì, poi la proprietaria chiude il negozio per il fine settimana, e se ne va in vacanza in Europa. Lui fa la fine del topo. Qui non c’è trucchetto, ma due equivoci – l’investigatore privato e i poliziotti – che provocano la fine del protagonista.

Nota tecnica: la Highsmith misura i racconti a parole. In Italia di solito si misurano a caratteri, o a cartelle. Una cartella, cioè un foglio di macchina da scrivere a spazio 2, con 60 battute per riga e circa 32 righe, è comunemente considerato 2000 battute. Anche se, facendo il conto, viene qualcosa meno. Così, si dice di solito che un articolo è di 4000 o 6000 battute oppure di 2 o 3 cartelle. Per un racconto, se sono 20 cartelle saranno 40.000 battute, e così via.

Poi dice una cosa molto semplice. E intelligente. Buttate giù tutte le idee che vi vengono in mente, dice. Una frase da sola non è niente. ma può condurre a una seconda frase. E due frasi su un taccuino possono essere già l’inizio di un racconto, o di un film. magari, dice ancora, chiudete il taccuino. Pensateci per qualche giorno, e quando riaprirete il taccuino, sarete pronti per scrivere il racconto.

Ci siete? Ci siete ancora? Se sì, mandate una mail a libera@dada.it . Anche una mail vuota. Mi serve per capire se era troppa roba, questo scritto. E se ci sono delle cose più chiare e più utili di altre.



CAPITOLO 4. Lo sviluppo

Quello che Patricia Highsmith chiama “sviluppo” è il processo che ha luogo fra il germe di una storia e la trama dettagliata.

Una volta nata l’idea, occorre rimpolparla. Con personaggi, ambienti, atmosfere.

I personaggi sono la parte più importante. Dapprima possiamo avere solo un’idea. Tipo: un assassino ama mangiare le sue vittime. È un cannibale moderno. Poi, però, bisogna dare a questa idea una forma. Vestire di carne lo scheletro del personaggio. E inventare che questo cannibale è anche molto raffinato, colto. Che è laureato in psicologia. Che ha modi eleganti. E magari che sa citare Dante Alighieri a memoria. E’ nato Hannibal Lecter.

Bisogna sapere qual è l’aspetto fisico dei personaggi. Come si vestono e come parlano. Bisognerebbe persino conoscere il loro passato, anche se questo passato non fa parte della storia raccontata.

Infittire la trama . Migliorare la trama, dice la Highsmith, significa accumulare complicazioni per il protagonista. O per i suoi nemici.

Questa frase è importante. Per lei una trama è buona quando non tutto va liscio come l’olio.

E queste complicazioni sono ancora più efficaci, se hanno la forma di avvenimenti a sorpresa. C’è una sola variante: quando al posto della sorpresa, si sceglie la suspense. Alfred Hitchcock spiega molto bene, in una intervista a François Truffaut, quale sia la differenza fra la sorpresa e la suspense. Questo testo è raccolto nel libro “Il cinema secondo Hitchcock”, pubblicato da Pratiche editrice. È un libro ottimo per imparare tutti i procedimenti di sceneggiatura e di regia necessari per un buon film.

Highsmith dice un’altra cosa importante. Una trama non deve essere necessariamente basata su qualcosa che succede. Può anche essere basata su qualcosa che non succede. Esempio: una donna che non riesce ad assassinare il marito. Sebbene voglia farlo. Non accade nulla, ma nel corso della storia si potrebbe accumulare complicazione su complicazione: un ospite inatteso, una lettera di un familiare che la spinge a riflettere, a chiedersi se non sia un grave errore uccidere quell’uomo che in fondo la ama, eccetera. Importante è che ci siano delle complicazioni, un andare e venire verso la conclusione, verso la soddisfazione del desiderio messo in scena.